Beauty and the Beast: Recensione 104 – Basic Instinct (Istinto Primordiale)

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Che non sarebbe stato facile se lo erano detti.

Quanto duramente sarebbero stati messi alla prova fin da subito, forse non lo avevano immaginato.

L’empatia e l’attrazione che hanno avviluppato Vincent e Catherine dal momento del loro “contatto” nel tunnel della metropolitana, vengono brutalmente travolte dalla lucida distanza che la realtà innegabile e razionale crea tra loro.

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Basta qualche immagine a Catherine per essere risucchiata in un vortice di senso del dovere e senso di colpa, dilaniata da interrogativi che la spingono come unica via di uscita ad allontanare Vincent da sé senza essere capace di trovare altre soluzioni.

Se da un lato infatti non può non adorare il suo cuore generoso, mentre si aggira di notte in città in cerca di fortunati da salvare, dall’altro si trova subito a fare i conti con il fatto che accettare il suo lato oscuro non significa semplicemente non conoscere repulsione per il suo aspetto né paura per la sua mancanza di controllo.

Convivere con  il lato bestiale di Vincent significa accettare quel che ha fatto in passato, la violenza, le vittime, i singoli gesti.

E per Catherine, che ha messo un disperato senso di giustizia al primo posto nella sua vita, comprendere ed elaborare tante atrocità non è semplice, tutt’altro.

Il colloquio forzato con la Muirfield la lascia dilaniata tra ciò che sente di voler fare, il desiderio di contatto con Vincent, il senso di protezione nei suoi confronti per le ingiustizie e la barbarie che ha subito, e ciò che sa dovrebbe essere fatto, perseguire ogni reato commesso, da parte di chiunque, ad ogni costo…

Il cuore di Vincent è invece riscaldato dalla luce degli occhi di Catherine, dal non doversi più nascondere al suo sguardo, dal renderla felice semplicemente aiutandola, compiendo gesti che gli vengono quanto mai congeniali.

“Lei mi fa sentire quasi normale” confessa entusiasta a JT.

“Per la prima volta in tanto tempo, mi sono sentito come se nuove cose fossero possibili per me…” confessa direttamente a lei.

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Eppure, sorprendendo sia Catherine che JT, repentinamente e senza preavviso, con tre provette in un secchiello di ghiaccio e due righe scritte frettolosamente su un foglietto come addio, Vincent decide di consegnarsi alla Muirfield, rinunciando a lottare, rinunciando a sperare.

Chiede che in cambio non venga fatto del male a Cat, certo, è ovvio che la protegga, sempre e comunque, ma non è per salvarla che questa volta più di ogni altra ha messo in gioco la sua vita.

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“Il miglior modo di proteggermi è starmi lontano”, gli aveva detto lei a casa sua dopo il rapimento da parte della Muirfield, ancora sconvolta e traumatizzata… E poco dopo nel campo pratica,  evitando il suo contatto: “ Devi capire che come poliziotto io metto dentro quelli come te”…

Tanto basta a Vincent per tagliare i ponti con ciò che l’ha tenuto attaccato alla vita, ai valori, alla speranza.

Molto più di quanto avessero mai potuto in nove anni le ricerche di un vaccino, di una cura, la presenza di Catherine nella sua vita, o meglio la sua presenza nella vita di lei, aveva improvvisamente acceso la sua quotidianità di significato, aprendo nell’abisso della sua sconsolatezza uno spiraglio di nuova, possibile felicità.

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L’involontaria ritrosia con cui Catherine indietreggia quando Vincent le si avvicina nel campo pratica, distrugge tutte le speranze segretamente covate, uccide tutti i sogni disperatamente alimentati, piombandolo in un abisso più oscuro e senza ritorno.

Poco importa che non lo abbia tradito di fronte agli uomini della  Muirfield, e poco importa che pur parlandone non lo arresterebbe mai… Lei non solo non lo ama, ma lo teme.

E se nel cuore di lei non c’è posto per lui, se l’atrocità di ciò che lui è le impedisce di cogliere l’immensità di ciò che prova per lei, allora nulla vale, nulla ha senso, e non c’è ragione di restare.

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Perché non c’è vita per Vincent se non con Catherine e per Catherine.

Non c’è un domani, se lei non ne fa parte, non ha senso che il cuore batta ancora, se lei non riesce a sentirlo.

E questa sua limpida consapevolezza, che è insieme la sua fragilità e la sua forza, non resta inascoltata.

Con il suo gesto disperato trova inaspettatamente il linguaggio per parlare al cuore di Cat.

Perché lei è  sì meno consapevole, e si è tuffata in questa avventura senza riflettere, inesplicabilmente attirata dal bisogno di risposte, e non ha fatto che porsi nuovi interrogativi…

Ma le basta venire a sapere che lui si è consegnato, le basta pensarlo fuori dalla sua vita per sempre, per sapere che non conta poi molto se alcuni interrogativi non troveranno subito risposta, l’unica strada possibile è quella che il cuore vuole seguire.

Poco importa se questo significa mettere in discussione tutto ciò che con controllo e razionalità hanno dato forma alla sua vita fino a quel momento.

Poco importa se accettarlo nella sua vita significa apparentemente accantonare i principi che la avevano guidata.

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Lo ha imparato sul campo da baseball.

Per battere un homerun e portare a casa la vittoria non bisogna ragionare ma chiudere gli occhi e buttarsi, fidandosi di quella sensazione interiore che ci spinge in una direzione piuttosto che in un’altra, anche quando tutto il resto punta dall’altra parte.

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Nove anni prima nel bosco Vincent l’ha fissata.

I loro sguardi si sono incontrati per un istante, ed in quello di lui Catherine non ha visto pericolo, né malvagità.

Nel momento più triste e disperato della sua vita gli occhi di Vincent le hanno parlato di salvezza, dolcezza, amore.

Tanto basta per crederci.

Per provarci.

Per continuare a sperare.

Federica

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